La costruzione della pace

Articolo di Pippo Ranci.

La costruzione dell’Europa ha dato risultati straordinari, afferma Mario Draghi nel suo discorso ad Aquisgrana, e di questi risultati straordinari fa un elenco mettendo al primo posto “la pace su un continente un tempo definito dalla guerra” [1].

Ma ora tutto cambia, le premesse su cui quella costruzione era basata non ci sono più e l’Europa deve ripensare le sue politiche per la sicurezza e la difesa, per l’energia e l’industria, e adottare un modo più efficace di prendere le decisioni che ora è costretta a prendere e che finora aveva evitate. Draghi delinea il modello organizzativo chiamandolo “federalismo pragmatico” e conclude «mai come ora i nostri valori europei di pace, di solidarietà, di umanità, hanno bisogno di essere difesi»[2].

Mi pare importante questo riferimento alla pace prima di tutto. Coma leggo nella recente intervista di Lia Quartapelle[3], con cui concordo totalmente: c’è una “cornice di valori” che si traduce in “una carta dei valori condivisi” da una coalizione e dentro quella di centro-sinistra stanno l’impegno a rafforzare l’Europa, il sostegno all’Ucraina, la ricerca della pace.

In questa concordanza che sento con la posizione sempre espressa da Libertà Eguale, ritengo essenziale che il riferimento alla pace non sia quello che la lingua inglese sintetizza nelle due parole “lip service” cioè un’affermazione espressa a parole ma che non corrisponde a un impegno sentito. Credo che all’espressione debba accompagnarsi un impegno concreto, un insieme di azioni e sforzi specifici e rendicontabili che possano riassumersi in una “costruzione della pace”. Il termine proposto chiarisce che non si può trattare di un atto o di un rifiuto singolo ma di un lavoro che si progetta, si discute per una migliore precisazione, diventa un programma che si realizza nel tempo in condizione di trasparenza per consentire un controllo.

Un lavoro del genere è necessariamente opera collettiva, richiedendo competenze diverse. Esso merita di essere avviato. I temi del lavoro da compiere richiedono, per la maggior parte, interventi a livello europeo piuttosto che nazionale: è normale che sia così, vuol dire che l’impegno europeo potrà avere impulso o rinforzo da un paese membro e fondatore come l’Italia.

Espongo a titolo di esempio pochi temi che mi pare meriterebbero considerazione nella prospettiva indicata sopra.

  1. L’industria delle armi. Oggi l’industria militare si presenta come centrata su tecnologie avanzate che servono anche agli usi civili, le innovazioni sono generalmente dual use e quello che si presenta auspicabile non è una riduzione ma un orientamento agli usi civili e una regolazione che impedisca o almeno scoraggi le vendite a soggetti che ne facciano usi offensivi anziché difensivi. L’attuale sforzo per aumentare la capacità difensiva dell’Europa è stato impostato come un insieme di aumenti nazionali coordinati per diventare al più presto uno sforzo comune, con evidenti vantaggi di economie da razionalizzazione ma anche di coerenza nell’orientamento. C’è evidentemente da controllare l’interesse delle imprese a massimizzare le vendite e un’autorità europea può certamente svolgere questo compito meglio che l’agire in ordine sparso dei governi nazionali, spesso direttamente o indirettamente interessati al risultato economico di un’impresa.

Il compito è difficile ma non si parte da zero. Si può cogliere qualche spunto da ordinamenti esistenti, come ad esempio quello della Svezia, che accompagna la sua politica di riarmo con un apparato di difesa territoriale utilizzabile anche contro calamità naturali; che applica un apparato di regolazione della Saab AB (impresa di armamenti e aerospazio con dimensione mondiale) che comprende un’incentivazione all’innovazione e un controllo sulle esportazioni realizzato con l’ausilio del miglior ente di informazione in materia a livello mondiale, il SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute).

  1. Prevenire i conflitti. All’origine della bufera attuale ci sono certamente le azioni imprevedibili del presidente degli Stati Uniti ma ci sono anche fenomeni previsti o prevedibili che per lungo tempo sono stati trascurati o sottovalutati. Una politica per la pace non può essere concentrata sui conflitti aperti: questi sono poco modificabili dalle decisioni di un paese che non sia una potenza mondiale, quale l’Europa potrebbe essere ma per ora non è. Una politica per la pace si può costruire anche mirando alle situazioni di disordine e disagio grave che rischiano di degenerare in guerre vere e proprie, che creano comunque danni di crescente gravità se mal gestite, su cui ancora si può fare qualcosa.

Per l’Italia, il pensiero corre alla Libia. La comunicazione politica se ne interessa solo in presenza di pubblici eventi drammatici o scandalosi. L’azione politica cerca di conciliare approvvigionamento energetico e contenimento del flusso migratorio a qualsiasi prezzo. L’informazione è scarsissima. Probabilmente sono in corso anche adesso tentativi di trovare un accordo tra il governo di Tripoli e quello di Bengasi – Tobruk e se ne occupano il rappresentante personale di Trump e i governi del Qatar, della Turchia e forse altri, non sembra europei. Mi pare che una manifestazione d’interesse da parte italiana servirebbe.

Più in generale, servirebbe un esplicito impegno per la prevenzione e la composizione dei conflitti, anche creando l’attrezzatura necessaria, da parte del governo italiano o da parte di un partito politico italiano che aspiri a governare.

  1. Legami economici. Le imprese temono le guerre, alle quali hanno interesse solo pochi produttori di armamenti e poche grandi imprese nazionali legate al governo e ai suoi favori, come insegna la storia europea fino alla seconda guerra mondiale. Non a caso, nel “mai più guerre” del 1945 fu messa al primo posto la comunità del carbone e dell’acciaio.

È utile evitare che si crei il tipo di imprese che hanno interesse alle guerre e invece sviluppare le imprese che le temono. Le grandi “oil and gas companies” hanno le risorse tecnologiche e umane per diventare protagoniste della transizione energetica nei paesi che finora hanno fornito i combustibili fossili per il consumo mondiale. Migliaia di imprese, grandi medie e piccole, si sono estese dall’Europa Occidentale industrializzata a quella Orientale impegnata nella ricostruzione post-sovietica e oggi, pur nella diffidenza verso molte politiche europee che caratterizza molti di quei regimi, non vorrebbero mai un conflitto aperto, tanto meno una guerra. Gli stessi anticorpi dovrebbero potersi sviluppare nel mondo, e questo può essere un obiettivo per la politica.

  1. Legami sociali. Ripetutamente Romani Prodi ha suggerito un nuovo programma Erasmus tra i paesi mediterranei, che crei una mescolanza di giovani destinati a formare le classi dirigenti di domani. È solo un esempio di ciò che dovrebbe svilupparsi, e che in tanti casi sta già creandosi, nei campi della musica, degli sport, della cultura ambientale, dell’informazione fornita da periodici multilingue online. Il ruolo di Radio Londra nella guerra mondiale e della Voce dell’America nella guerra fredda non richiede di essere replicato da alcun governo, solo di essere capito, regolato e favorito dal maggior numero possibile di governi, e si svilupperà anche oltre i confini di questi. Anche questo può essere oggetto di volontà politica.

[1] Draghi M., discorso ad Aquisgrana in occasione del conferimento del Premio Carlo Magno, 14 maggio 2026

[2] intervento di Mario Draghi al Parlamento europeo, 3 Maggio 2022

[3] Intervista di Lia Quartapelle a Il Riformista, 4 agosto 2026

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