Intervento di Giorgio Tonini all’Assemblea di Libertà Eguale ad Orvieto, il 24 ottobre 2026
(sintesi)
Schierarsi a difesa dell’Ucraina aggredita e battersi per accoglierla nell’Unione europea, abbiamo scritto nel manifesto di convocazione di questa Assemblea, è “una scelta che è tutto il programma”, per il centrosinistra che si candida a governare l’Italia. Non solo perché la questione ucraina è il nodo cruciale della politica internazionale e la politica internazionale è il cuore di ogni programma politico. Ma anche perché la questione ucraina è decisiva per definire, avrebbe detto Alfredo Reichlin, la nostra “funzione”, quindi la nostra identità, la nostra stessa cultura politica.
Se sosteniamo la Resistenza dell’Ucraina è infatti non solo perché è sempre giusto difendere l’aggredito dall’aggressore. Ma anche e soprattutto perché l’Ucraina è stata aggredita dalla Russia, in quanto ha scelto liberamente di aderire all’Unione europea, cioè ad un progetto di pace e di libertà, di sviluppo sostenibile e di equità sociale, attraverso un processo federativo di popoli e Stati europei. E l’Europa non ha alcuna intenzione, anche perché sa che non ne avrebbe alcun diritto, di imporre alcunché ad alcuno, ma sa altrettanto bene che non può delegare a nessuno, nemmeno agli USA, anche se spera di averli sempre al suo fianco, il suo diritto-dovere di difendere da qualunque ingerenza, minaccia o aggressione esterna il suo progetto e processo federativo. In un mondo di carnivori, ovvero di potenze predatrici, l’Europa intende fermamente restare un erbivoro. Ma un erbivoro capace di difendersi dai predatori: un toro, come nel mito di Europa, non un coniglio…
Proprio per questo, come in una matrioska, la scelta di campo a favore della Resistenza ucraina rimanda alla grande visione europeista, a sua volta figlia dell’opzione liberal-democratica per la società aperta. Un’opzione che si articola su tre capisaldi: se vuoi la pace, promuovi e sostieni la democrazia; se vuoi lo sviluppo, promuovi e sostieni l’apertura dei mercati e gli investimenti pubblici e privati innovativi; se vuoi l’uguaglianza sociale, promuovi e sostieni un programma di riforme dei rapporti economici e della spesa sociale.
L’ondata di democratizzazione dopo il 1989 ha favorito la pace e il crollo della spesa militare; l’apertura dei mercati, simboleggiata dall’ingresso della Cina nel WTO (2001), ha prodotto una spettacolare riduzione delle disuguaglianze globali; l’incertezza delle riforme nei paesi sviluppati ha invece consentito un aggravamento delle disuguaglianze e il diffondersi di un senso di insicurezza e precarietà.
Come ha scritto sull’ultimo numero di “Foreign Affairs” il politologo indiano Pratap Bhanu Mehta, una voce importante dal Sud del mondo, “l’alienazione e l’inquietudine palpabili nelle democrazie liberali non sono una loro esclusiva. Analoghe dinamiche sono presenti in paesi chiaramente illiberali, come Cina e Russia… L’attuale subbuglio riflette una rottura molto più grande, che può essere affrontata solo abbracciando i principi universali e cosmopoliti al centro del liberalismo, non allontanandosi da loro”.