Riformisti, Ucraina, Europa, Italia

Intervento di Lia Quartapelle all’Assemblea di Libertà Eguale a Orvieto, il 24 ottobre 2026
(sintesi)

Siamo a Orvieto, dove esattamente 20 anni fa con l’idea di Pietro Scoppola di un “partito dei cittadini” le primarie furono pensate, discusse, e infine proposte come segno distintivo, come ragione di un partito nuovo, il Partito democratico. Fatemelo dire da qui. Le primarie non sono un’incombenza da sbrigare al più presto, controvoglia, dopo aver passato inutilmente l’estate a cercare un federatore. Nè sono uno strumento da mettere in mano ai partiti, per cercare in modo strumentale di risolvere i problemi tra loro. Le primarie sono il tratto di un nuovo rapporto tra politici e cittadini. Sono l’alternativa al partito del capo, perché attraverso di esse i cittadini, con la partecipazione, legittimano e danno autorevolezza alle leadership. Ieri Conte ha detto una cosa in cui per una volta mi ritrovo. “Facciamo le primarie perché sono la forma più democratica per scegliere il leader”. E’ proprio così, la potenza di questa idea è arrivata a convincere anche il leader del M5S, mentre alcuni dirigenti del PD hanno smarrito la strada. E facciamole in modo da allargare il più possibile la partecipazione, non limitiamole a un referendum tra due leader.

Fatemi aggiungere una seconda questione. Quattro anni fa ci siamo divisi non per irresponsabilità, come ha detto ieri Stefano Bonaccini parlando dalla riunione del Correntone a Montepulciano. Quattro anni fa ci siamo divisi per divergenze profonde di opinione: il M5S aveva, insieme a Lega e FI, fatto cadere il governo Draghi. Noi pensavamo che fosse giusto completare l’esperienza di unità nazionale, nata come risposta alle gigantesche difficoltà del covid. Right or left this is my country, prima di tutto. E pensavamo che le scelte strategiche su come spendere i fondi degli aiuti europei del PNRR andassero prese insieme al centrodestra, perché non si trattava di utilizzare quei soldi per catturare il consenso ma per delineare l’orizzonte strategico per l’Italia dei prossimi 30 anni. Non ci divideva il capriccio ma l’avere idee profondamente diverse sulla preminenza dell’interesse nazionale e del rapporta tra Italia e Europa. Ora, a quattro anni di distanza, dobbiamo evitare lo stesso errore: chiariamo subito i nodi di fondo, prima di iniziare un percorso insieme. C’è bisogno di chiarezza programmatica e valoriale. Da qualche settimana i sondaggi danno la coalizione di centrosinistra più bassa della somma dei partiti nel 2022. E’ il segno che dobbiamo lavorare di più e meglio a un’idea di Italia e al ruolo che il nostro paese può svolgere nel mondo agitato e pericoloso in cui viviamo. Se il modo di rafforzare la coalizione è quello che abbiamo visto ieri al Senato, dove il PD – il PD, non AVS, non il M5S – presta a Rifondazione un senatore per fare il gruppo facilitandone così l’ingresso nella coalizione, non abbiamo capito gli errori del passato. Non illudiamoci di risolvere con la logica delle aggiunte numeriche problemi che sono politici, che riguardano la difficoltà a articolare una visione comune.
Entrambe, Meloni e Schlein, leader dei principali partiti italiani, divise su tutto, sul sostegno all’Ucraina hanno mostrato fermezza, arrivando a sfidare le ritrosie quando non le contrarietà dei propri alleati.

Giorgia Meloni però si è limitata al sostegno diretto all’Ucraina. Quando si è trattato di rendere più collettivo, più europeo questo sostegno – la partecipazione ai volenterosi, gli acquisti comuni di armi per l’Ucraina attraverso il programma Purl, le iniziative per l’abolizione del diritto di veto sulle materie di politica estera, l’estensione delle sanzioni ad alcuni oligarchi russi – si è tirata indietro. L’esperienza di questi anni dovrebbe averle insegnato che il fatto di avere una nostra casa comune rende più forte ogni paese che vi partecipa. Tanto che paesi come il Canada, il Regno Unito, vogliono farne parte e fare causa comune con noi. La presidente del Consiglio di uno dei sei paesi fondatori dovrebbe con orgoglio guidare il gruppo di paesi che vogliono fare un passo in più, invece di starsene in disparte.

Per il PD l’Ucraina non è un fastidio, un impiccio. E’ una questione cruciale, uno spartiacque nella storia d’Europa e per il nostro futuro. Sappiamo bene, e lo abbiamo dimostrato con i voti in parlamento, che se vogliamo costruire un’Europa forte e unita, questa Europa passa dal continuare a sostenere la resistenza di Kyiv, e dal sostenere l’ingresso dell’Ucraina nell’UE. Un’Europa più grande deve essere anche un’Europa nuova, più unita e più forte. Nel mondo oggi serve un’Europa che conti, e bisogna lavorare per dare gli strumenti per farla contare davvero: diretta di un presidente che unisca le funzioni del Consiglio e della Commissione e una transizione dall’Unione alla Federazione.

Ed è dal sostegno all’Ucraina, e dalle scelte conseguenti per far contare l’Europa, che passa la volontà, e la capacità del PD di guidare la coalizione di centrosinistra e domani l’Italia. Come PD non possiamo limitarci a fare quel che è giusto: dobbiamo spiegare agli alleati che il nostro governo non potrà essere quello che, come ha fatto Orban prima e ora Trump, sospende gli aiuti all’Ucraina. Il nostro governo sarà quello del federalismo pragmatico, quello di cui ha parlato Draghi e sul quale ci richiama Gentiloni.

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